Il Palazzetto dello Sport si è trasformato per un giorno in un crocevia di tradizioni marziali. Siamo tornati a casa dal 7° Campionato ASI di forme di kung fu vietnamita con un bagaglio che va ben oltre il metallo delle medaglie.
Abbiamo portato ad Asti una delegazione di soli 5 atleti (Jessica Aimaretti, Daisy Lerda, Andrea Musso, Francesco Musso ed Elia
Rovera) ma ognuno di loro ha rappresentato il nostro stile e la nostra
scuola con l’anima.
Eravamo
circondati da scuole provenienti da tutto il Nord Italia. Tanti stili
diversi, tante interpretazioni del kung fu tradizionale per una gara di forme a mani nude ed armate, con stili interni ed esterni. Ma in fondo in una gara di forme conta soprattutto
ciò che è trasversale a tutte le arti marziali: equilibrio, potenza, tecnica di base, eleganza del gesto.
Perché gareggiare?
Mettersi in gioco davanti a giudici di altri stili
Una
domanda che spesso ci viene posta è: perché un allievo di kung fu
dovrebbe partecipare a una gara di forme, soprattutto quando i giudici
appartengono ad altri stili? Non è forse più “puro” allenarsi in
palestra senza giudizio esterno?
La
risposta l’abbiamo vista ieri, negli occhi dei nostri ragazzi. Quando entri nello spazio di gara e sai che chi ti valuta non conosce i dettagli della tua
scuola, ma guarda l’essenza marziale universale, allora non puoi nasconderti dietro la complessità del tuo programma. Contano solo:
- la stabilità delle posizioni,
- la chiarezza delle tecniche,
- la coerenza dell’intenzione marziale,
- la fluidità tra un movimento e l’altro.
Ed
è così che la gara diventa uno specchio impietoso ma utilissimo. I
maestri degli altri stili non sanno se il nostro “serpente” o la nostra
“gru” devono avere un angolo del braccio diverso. Quello che vedono, e
valutano, è se c’è potenza senza tensione, equilibrio senza rigidità,
eleganza senza leziosità.
Una palestra di gestione emotiva (proprio come un esame)
C’è un aspetto che troppo spesso si sottovaluta: l’ansia da prestazione.
Salire sul quadrato, con gli occhi di tutti puntati addosso, sapendo di
avere pochi minuti per esprimere mesi di allenamento, è un’esperienza
emotivamente molto simile a un esame. O forse anche più
intensa, perché il confronto è immediato e pubblico.
Jessica,
Daisy, Andrea, Francesco ed Elia lo sanno bene. Ognuno ha dovuto fare i
conti con il proprio respiro che si accorciava, con le gambe che
all’inizio sembravano meno sicure, con la mente che tentava di correre
troppo avanti. E ognuno, a modo suo, ha imparato a superare quella piccola tempesta interiore.
La
gara non è solo una vetrina. È un’occasione per guardarsi dentro e
scoprire di essere più forti del proprio nervosismo. È un allenamento
alla presenza mentale che nessuna ripetizione in palestra da soli può
regalare.
Il viaggio vale più della destinazione
Abbiamo voluto che i nostri atleti partissero con un pensiero chiaro: l’obiettivo non è la medaglia. La medaglia, se arriva, è una conseguenza gradevole, ma non è il fine. Il vero traguardo è il viaggio, cioè il percorso di allenamento che porta alla gara.
Le settimane precedenti sono state fatte di:
- ripetizioni fino allo sfinimento per pulire ogni dettaglio,
- simulazioni di gara in palestra con compagni che facevano finta di essere giudici severi,
- momenti di scoraggiamento seguiti da piccole rinascite tecniche,
- la scoperta di piccole imperfezioni che prima non vedevamo.
E tutto questo vale molto più del risultato finale.
Perché quando si esce dal quadrato di gara, anche senza podio, si è comunque
più consapevoli di prima. Si è misurati con se stessi, non solo con gli
altri.
Misurarsi con se stessi, gara dopo gara
Jessica,
Daisy, Andrea, Francesco ed Elia hanno portato a casa qualcosa che
nessun punteggio può togliere: la memoria di un momento in cui hanno
avuto il coraggio di esporsi. Hanno mostrato il nostro stile con
orgoglio, hanno rappresentato la nostra famiglia marziale, e hanno
imparato qualcosa di nuovo sul proprio equilibrio emotivo.
In un mondo che corre sempre verso il risultato immediato, noi continuiamo a credere che la gara sia un traguardo, non l’arrivo. È una tappa del cammino. Un cammino fatto di disciplina, sudore, cadute e risalite.
Ieri, da Asti, siamo tornati a casa più ricchi. Non (solo) di metallo, ma di esperienza. E questo, per noi, è già una vittoria.
Bravi ragazzi. Avanti così.
La
nostra scuola ringrazia l’organizzazione del 7° Campionato ASI e tutti i
maestri che, con il loro sguardo attento e interdisciplinare, hanno
reso questa esperienza un vero momento di crescita.
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